1828-2018 : l'eredità dimenticata di Henry Dunant

Ogni anno dal 1948, la Giornata mondiale della Croce Rossa e della Mezzaluna Rossa, celebrata l’8 maggio nell’anniversario della nascita di Henry Dunant, vuole ricordarci il prezioso retaggio umanitario che ci ha trasmesso il fondatore della Croce Rossa. Un retaggio molto più vasto di quanto si possa pensare... Con una mostra speciale dedicata alle sue «visioni», il Museo Henry Dunant di Heiden propone di scoprire gli aspetti meno noti del filantropo.


Un’empatia patologica


Sconvolto dall’orribile carneficina della battaglia di Solferino del 1859, alla quale assiste casualmente come «semplice turista», Dunant immagina e poi getta le basi di un’opera umanitaria alla quale il suo nome sarà associato per sempre: la Croce Rossa. Qualificato come «visionario» dai suoi biografi, l’«uomo in bianco» riesce ad aprire gli occhi dei suoi contemporanei sul trattamento inumano inflitto ai feriti di guerra, troppo spesso abbandonati alla loro funesta sorte. Nella sua opera che farà storia, «Un ricordo di Solferino», lancia un accorato appello per la creazione, in ogni Stato, di società di soccorso formate da volontari convinti, e invita a definire dei principi internazionali condivisi da tutti. Getta così le fondamenta del futuro diritto internazionale umanitario.
La sua preoccupazione per i mali dell’epoca e la sua sollecitudine nei confronti della sorte dei più sfavoriti non si limitano però a questo. Dunant continua a mettere il suo intuito, idealismo e audacia al servizio delle cause più nobili: la lotta per l’abolizione della schiavitù, i diritti delle donne e il pacifismo, per citarne solo alcuni. Tante battaglie che conduce in una fase della sua vita a dir poco tormentata con un genio comunicativo e un ardore che talvolta sfiorano la follia.


La fraternità cristiana


Prima di divenire il brillante propagatore dell’idea della Croce Rossa che oggi conosciamo, il giovane Dunant si avvale del suo talento di comunicatore in gruppi biblici, le cosiddette «riunioni del giovedì», che crea con alcuni amici per la formazione morale e spirituale dei giovani. Da queste riunioni settimanali nasce, nel 1852, l’Union chrétienne de jeunes gens di Ginevra. Come segretario di questa associazione, Dunant tesse una solida rete internazionale di giovani protestanti europei e diventa in seguito uno dei principali promotori dell’Alleanza Universale delle Unioni Cristiane dei Giovani (YMCA), fondata tre anni dopo a Parigi.
Assorbito dai suoi affari coloniali in Algeria, si allontana dalle attività delle associazioni cristiane che hanno contribuito a forgiare la sua fibra di evangelizzatore. Attribuito a Dunant, il testo fondamentale della YMCA è ancora oggi in vigore:


Le Associazioni Cristiane dei Giovani, intendono unire quei giovani che, riconoscendo Gesù Cristo quale loro Dio e Salvatore, secondo le Sacre Scritture, desiderano essere i suoi discepoli, nella fede e nella vita, ed unire i loro sforzi per estendere il suo Regno tra i giovani.


Preservare il genio umano


In Algeria, gli affari di Dunant vanno male: condannato per bancarotta fraudolenta dalla giustizia ginevrina nel 1867, viene spinto a dimettersi dalla sua carica di segretario del CICR. Rovinato, messo al bando dalla società, perseguitato dai creditori che non riuscirà mai a rimborsare, il filantropo ginevrino è costretto ad abbandonare la sua città natale. Al decadimento sociale si aggiungono così l’esilio, il dolore, la solitudine e la povertà.
Non tutti però sanno che la vena prolifica di Dunant non si estingue in quegli anni difficili. Lo dimostra per esempio il suo progetto di «biblioteca internazionale universale», ispirato da Max Grazia, un uomo d’affari italiano. L’idea consiste nel riunire in un’unica collezione tutti i capolavori del pensiero umano al fine di elevare le coscienze e favorire la comprensione dei popoli. Il progetto naufraga a causa della guerra franco-prussiana del 1870, ma si realizza decenni più tardi, nel 2009, con la creazione della biblioteca digitale mondiale dell’Unesco, che ha l’ambizione di rappresentare il patrimonio culturale dell’umanità.


Qualcosa sopravvive sempre alla rovina degli Stati e al crollo degli imperi: sono le idee, questi astri del pensiero, destinati a costituire gradualmente ciò che potrebbe chiamarsi un firmamento morale.
Henry Dunant, L’avenir sanglant, Ginevra: Editions Zoé, 1994, p. 17.


Dall’umanizzazione della guerra alla prevenzione dei conflitti


Dopo aver assistito per la prima volta alle atrocità della guerra durante la cruenta battaglia di Solferino, Dunant sceglie di alleviare la sofferenza piuttosto che contestare le pratiche belliche. È impensabile rimettere in questione l’essenza stessa della guerra, considerata allora come l’ultima ratio della diplomazia internazionale. 

Non voglio toccare il problema della legittimità della guerra, né il sogno impossibile, allo stato attuale delle cose, dell’universalità del regno della pace.
Henry Dunant, La charité sur les champs de bataille : suite du Souvenir de Solférino et résultats de la Conférence internationale de Genève, Ginevra, 1864, p. 6.


Una decina di anni più tardi, dopo la guerra franco-prussiana, Dunant cambia rotta. Si rende conto che la Croce Rossa non può da sola sradicare tutti i mali causati dai conflitti e decide quindi di concentrare i suoi sforzi su come prevenirli e contenerli. È grazie all’«Alleanza universale dell’ordine e della civiltà» che ha l’opportunità di esprimere le sue nuove idee. Fondata nel 1871 a Parigi, questa organizzazione vuole garantire la conservazione dell’ordine sociale e della pace puntando su valori come il progresso, la giustizia e i precetti morali. Dunant concentra il suo programma sulla lotta contro la schiavitù, la tutela dei prigionieri di guerra nonché la questione dell’arbitrato politico internazionale, principio che difende anche in qualità di segretario della «Peace Society».

L’arbitrato è una di quelle idee, uno di quegli astri del pensiero che, ancora oggi considerato come una generosa utopia, diventerà forse presto uno strumento diplomatico d’impiego per così dire permanente e regolare, perché l’utopia di ieri diventa spesso la realtà di domani.
Henry Dunant (verso il 1890), L’avenir sanglant, Ginevra: Editions Zoé, 1994, p. 17.


Tale svolta deve essere considerata una vera evoluzione del pensiero di Dunant o piuttosto l’espressione di ciò che portava da sempre nel profondo del suo cuore: un odio innato per qualsiasi forma di violenza? In ogni caso, questa sua intuizione è precorritrice delle grandi organizzazioni internazionali per il diritto, la cooperazione e la pace che diventeranno la Corte dell’Aia (1899), la Società delle Nazioni (1919) e l’Organizzazione delle Nazioni Unite (1945).


Femminismo e pacifismo


Dopo essersi ritirato a Heiden, il Dunant degli anni 1890 abbraccia una nuova causa, quella dell’abolizione della guerra. Trent’anni dopo il suo «Un ricordo di Solferino», scrive un vero e proprio manifesto antimilitarista, «L’avvenire sanguinoso», nel quale affronta di petto il problema della guerra. Vi denuncia apertamente il ricorso alla forza, dopo averne individuato le cause principali: lo sciovinismo, il tradizionalismo, l’ignoranza o la miseria.
A questa forza distruttrice che affonda secondo lui le radici in principi prettamente maschili, Dunant contrappone le virtù della devozione, compassione, saggezza, intelligenza, dolcezza e pace che attribuisce alle donne. Ritiene infatti che l’incontestabile ascendente morale che le donne esercitano sulla società contribuisce a una migliore armonia fra le nazioni. La convinzione che la donna può fare del bene al mondo grazie al suo ruolo civilizzatore lo porta a immaginare un’opera capace di proteggerla e di mettere fine alle ingiustizie che l’assoggettano, con uno spirito pur sempre paternalista: la Croce Verde. Quest’alleanza femminista internazionale, che abbozza nel 1893, non sarà però destinata a realizzarsi, salvo brevemente in Belgio.


Oggi spetta alla donna la custodia della società, molto di più che a ventidue milioni di soldati europei, le cui baionette luccicano da Gibilterra agli Urali, da Palermo al Baltico.
Henry Dunant, Mémoires, Texte établi par Bernard Gagnebin, Losanna: L’Âge d’Homme, 1971, p. 213. 


Uscito dall’oblio generale grazie all’articolo del giornalista di San Gallo Georg Baumberger, nel 1895 Dunant, ospite della camera 12 dell’ospizio appenzellese, incontra la militante pacifista austriaca Bertha von Suttner, che l’invita a partecipare al suo movimento. Dunant aderisce con fervore alla Società degli Amici della Pace e mette la sua penna, il suo talento e il suo prestigio al servizio del movimento pacifista.
Il primo premio Nobel per la Pace viene assegnato proprio a lui, nel 1901. Questo prestigioso riconoscimento viene a coronare un percorso di vita guidato da un profondo sentimento di ricerca di umanità. Eppure, l’instancabile entusiasmo che manifesta per le grandi cause universali è controbilanciato da una visione piuttosto buia e tragica, quasi apocalittica, della storia umana, i cui tratti profetici non lasciano indifferenti:


Un’atmosfera di diffidenza o di odio si spande sempre più sui popoli e si trasforma in una cristianità ben lungi dall’avere lo spirito di Cristo. […] E quando sarà giunta l’ora della mischia, quando verrà il momento di quei presunti entusiasmi cavallereschi, in cui, come belve feroci accecate dalla rabbia e in preda alla follia, le grandi nazioni si getteranno le une sulle altre, quali saranno i tragici spettacoli che ci verranno presentati? […] Assisteremo, ma senza poter determinare l'ordine degli eventi, a: rivoluzioni ispirate dall'anarchia, seguite da nuove tirannidi mascherate, una rivincita dall’esito imprevedibile nel duello tra latini e germani, un combattimento gigantesco che probabilmente si rinnoverà per sfortuna di tutti. […] Il riassunto è il seguente: sangue, sangue e ancora sangue, sangue ovunque.
Henry Dunant (verso il 1890), L’avenir sanglant, Ginevra: Editions Zoé, 1994, p. 42-44.

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